Spring in New York – Quest’opera in acrilico, dalle imponenti dimensioni di 3,22 x 2,23 cm, rappresenta un vero e proprio “portale dimensionale” capace di annullare le distanze spazio-temporali, congiungendo in un unico respiro pittorico due momenti e due luoghi apparentemente lontani nella vita e nella ricerca dell’artista Claudio Arezzo di Trifiletti. La struttura interna e la fitta trama di linee che animano la grande tela non nascono oggi, ma affondano le proprie radici diciannove anni fa, nel 2007, quando l’artista si trovava in totale isolamento meditativo e creativo al 36º piano dell’Empire State Building a New York. Lì, in un ambiente saturo di pensieri ed energia, Trifiletti realizzò una serie di intimi disegni per il progetto Imprints Art. Quei segni grafici, rimasti impressi nella memoria e custoditi dal caso, hanno infine trovato il loro definitivo compimento e la loro rivelazione pittorica nel presente, materializzandosi in occasione del primo Salone Italiano del Self Publishing all’interno dell’Antico Oratorio di San Filippo Neri a Catania. Visivamente, l’opera si impone allo sguardo come una potente e vibrante partitura in cui l'”esistenzialismo cromatico” dell’artista si manifesta attraverso una fitta e rigorosa architettura biologica e geometrica. La tavolozza è dominata da una dirompente sinergia di rosso, arancione e giallo vibrante, campiture sferzanti che evocano la forza primordiale e sotterranea della terra siciliana e del vulcano Etna, intervallate dal bianco ottico e da nette linee di contorno nere. Sotto la superficie di questi colori accesi pulsa però un microcosmo brulicante: molte delle sezioni di sfondo sono minuziosamente decorate da fitti micro-segni grafici che richiamano tessiture cellulari o la marcia incessante del ciclo “Formikepazze”. È la rivolta poetica dell’infinitamente piccolo, l’intuizione indipendente, il frammento, il granello di sabbia che scardina la stabilità e l’arroganza delle geometrie blindate e delle cubature imposte dal sistema burocratico contemporaneo. Nel dipinto non vi sono figure statiche, ma flussi curvilinei e forze mutanti in costante reazione quantica, dove ogni cellula cromatica interagisce con quella adiacente, svelando profili eterei, sguardi embrionali e lune che si fondono nello spazio. Sul piano concettuale, l’opera incarna pienamente il manifesto dell’Arte Involontaria, dove l’autore si spoglia di ogni calcolo accademico per farsi puro tramite di una comunicazione eterea e telepatica. Dipingere e ultimare questa grande tela nel teatro dell’oratorio catanese, lo stesso che diede i natali artistici a Pippo Baudo e che custodisce le memorie d’infanzia dell’artista, tra i giochi dei bambini e lo sguardo protettivo della Madonna col Bambino ha permesso a Trifiletti di compiere un vero e proprio atto alchemico. Quella solitudine densa e talvolta spaventosa vissuta tra i grattacieli di New York si riscatta e trova la sua consolazione e direzione nel calore sacro di un luogo comunitario e salubre per l’anima. Il segno pittorico si trasforma così in un’impronta di pace (Imprints of Peace), un dono inatteso che unisce il visibile e l’invisibile, sancendo attraverso l’arte e la riconoscente bellezza il profondo legame cosmico, ecologico e spirituale che unisce il cuore dell’uomo all’intero universo.
Il tempo, la mancanza di Mia, il sentimento addolorato, il silenzio, il pensiero, la pioggia all’improvviso, lo scandire dello spazio.

















